Architettura nel piatto
L’indagine bibliografica esplora l’evoluzione del modo di rappresentare il cibo nel corso dei secoli, a partire dal “banchetto spettacolo”, creato per stupire l’ospite e magnificare il potere del Principe rinascimentale, con costruzioni alimentari scenografiche, primizie e cibi rari e preziosi, fino alla nascita della “cucina borghese” tra Otto e Novecento, che giunge a codificare piatti e portate in una impeccabile geometria rituale.
Spetterà a Marinetti e a Fillìa, con la pubblicazione nel 1930 del “Manifesto della Cucina Futurista”, introdurre le astratte innovazioni di una cucina più attenta ai colori e ai profumi che alla “forma”.
Se gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento segnano il ritorno ad una cucina “borghese” con le sue regole puntuali, la Nouvelle Cuisine e l’affermazione, grazie ai Media, dei Cuochi VIP, riporta prepotentemente l’attenzione all’estetica nella progettazione del piatto, non di rado vero e proprio “campo architettonico”.
Parallelamente si snoda la vicenda del Food Design, chiamato a progettare – a partire dalle seduzioni neorinascimentali di Antonin Carême, e dai virtuosismi degli intagliatori e modellatori di vegetali, burro, zucchero o ghiaccio – la forma dei cibi, che un’industria alimentare sempre più specializzata, porta sulle nostre tavole.
L’“architettura per gli occhi” si fonde, così, con l’“architettura per la bocca” in una sottile ricerca all’ultimo piacere, che le pagine della carta stampata testimoniano fedelmente, schiudendo al visitatore accorto le tappe di un viaggio goloso, fra bellezza e bontà.