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Tartufo bianco di Alba

Il tartufo bianco di Alba, scientificamente Tuber magnatum pico, è conosciuto e usato dall'uomo fin da epoche assai remote.

La storia

Il tartufo bianco di Alba, scientificamente Tuber magnatum pico, è conosciuto e usato dall'uomo fin da epoche assai remote. In epoca romana avevano valenze divine, legate al culto dei fulmini, tanto da attribuire loro proprietà terapeutiche ed afrodisiache, in quanto legati alla figura di Giove.

Nel Medioevo la loro scoperta veniva invece legata alle danze delle streghe.
Fu solo nel 1831 che il medico e botanico Carlo Vittadini, nella sua Monographia tuberacearum descrisse scientificamente e classificò i tartufi. In Piemonte il Tuber magnatum cresce in una zona che comprende i territori delle Langhe, del Monferrato e alcune aree dell'Alessandrino.

Il tartufo bianco di Alba è caratterizzato da una superficie irregolare, dovuta alle asperità e durezza del terreno, di colore giallo-verdolino, liscia al tatto, con una polpa di colore variabile fra il bianco ed il giallo grigiastro, con sottili venature bianche. Il profumo, caratteristico ed intenso, ne consiglia l'uso gastronomico a crudo, su riso, pasta, carni e uova.

Ad Alba, centro della zona di produzione, fra ottobre e novembre si tiene la Fiera nazionale del tartufo, appuntamento obbligato per il pubblico che desidera conoscere il prezioso tubero; e la celebre Asta del tartufo, frequentata da importanti personaggi, gourmet e chef internazionali, il cui ricavato è devoluto in beneficenza.

In biblioteca
A. URBANI, Profumo di tartufo, Milano, Forte, 1983.
FAMIJA ALBEISA, Il grande libro della cucina albese,: storia, tradizioni, storie, Alba, Famija Albèisa, 1996.
D. PAOLINI, Cibogavando. Gli itinerari per scoprire i tesori golosi italiani, Bologna, Edagricole, 2003.