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Cucina di guerra

La cucina autarchica La cucina autarchica La cucina autarchica Desinaretti per… questi tempi La guerra riporta in auge “la cucina del poco e del senza”. Già durante il primo conflitto mondiale accanto a pubblicazioni sulla sicurezza e sui comportamenti da seguire per la popolazione civile, anche la cucina aveva avuto un suo specifico manuale: nel 1916 la rivista torinese “La donna” aveva curato l'edizione di Cucina di guerra. Cento ricette di cucina igienica senza carne, firmato da Giulia Peyretti per suggerire come sostituire nell'alimentazione quotidiana cibi divenuti introvabili o troppo costosi. Ora, con lo scoppio della seconda guerra mondiale, si moltiplicano i testi con suggerimenti alle donne italiane per risparmiare e recuperare ogni cosa possibile. Non sprecare – come suggerisce il titolo di una guida del 1941 – è la prima regola: “Fate attenzione a tutto ciò che viene gettato nelle immondizie. Tutto può essere utilizzato”. Nel 1942 vede la luce a Firenze La cucina autarchica di Elisabetta Randi e La cucina del tempo di guerra di Lunella De Seta; nel 1943 viene stampata a Milano La cucina italiana della resistenza di Emilia Zamara, mentre l'ormai famosa Petronilla pubblica in successione una raccolta di Ricette per tempi eccezionali nel 1941; l'anno successivo un Ricettario per i tempi difficili; nel 1943, 200 suggerimenti per… questi tempi difficili, e nel 1944 Desinaretti per… questi tempi, tutti editi a Milano da Sonzogno, che illustrano, ad esempio, come utilizzare con profitto i torsoli delle verze, le pelli delle patate, le interiora di pollo, la schiuma del brodo. È il trionfo del surrogato: maionese senza olio, gelatina senza carne, dolci senza zucchero, cioccolato senza cacao, caffè senza caffè. I tempi sono davvero duri ma, finalmente, termina anche la guerra. E con la voglia di rinascita e di ricostruzione ritorna l'interesse anche per la gastronomia.