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Viti e vitigni

Più centrato sulla viticoltura è Bartolomeo Taegio (XVI sec.-1573), gentiluomo milanese, che nel dialogo De l'humore, pubblicato a Milano nel 1564, in occasione della vendemmia nella propria villa di Robecco, tratta dei terreni adatti alla piantagione dei vitigni, della coltivazione della vite, della vinificazione e delle varie specie dei vini, rifacendosi perlopiù agli scrittori dell'antichità. Soltanto dei vini lo Scappi non fa cenno nel suo trattato, lasciando una lacuna, colmata adeguatamente dal Lancerio, dal Taegio e dal Bacci. Delle tre opere, la più vivace e colorita è la lettera Della qualità dei vini indirizzata al cardinale Guido Ascanio Sforza da Sante Lancerio (XVI sec.), bottigliere di Papa Paolo III Farnese (pubblicata a Roma da Giuseppe Ferraro solo nel 1876), che traduce una lunga e ponderata esperienza alla Corte pontificia, in un memoriale di impressioni gustative che può essere considerato, a buon diritto, l'incunabolo della letteratura enologica italiana.
De naturali vinorum historia Più centrato sulla viticoltura è Bartolomeo Taegio (XVI sec.-1573), gentiluomo milanese, che nel dialogo De l'humore, pubblicato a Milano nel 1564, in occasione della vendemmia nella propria villa di Robecco, tratta dei terreni adatti alla piantagione dei vitigni, della coltivazione della vite, della vinificazione e delle varie specie dei vini, rifacendosi perlopiù agli scrittori dell'antichità.
Per contro il medico aquilano Andrea Bacci (1524-1600), paludato di un aulico latino, si attiene interamente alla esperienza diretta ordinando le proprie conoscenze personali nel suo monumentale trattato De naturali vinorum historia, in sette libri, pubblicato a Roma nel 1596 (e tradotto in italiano solo nel 1875), richiamandosi sia alle testimonianze dei classici che all'autorità della scienza moderna e inserendo fra le pagine anche penetranti annotazioni di costume legate ai diversi metodi di vinificazione.