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La Via Francigena, un tracciato di percorsi definito in epoca medievale, partiva da Canterbury, in Inghilterra, e collegava l’Europa d’oltralpe all’Urbe. Era lunga e difficile e i pellegrini, per ristorarsi dalla fatica, chiedevano ospitalità alle numerose strutture d'accoglienza sorte lungo il percorso, Parma, con la sua provincia, era uno snodo cruciale, per la presenza del principale valico appenninico, in quell’itinerario segnato da pievi, abbazie e ospitali. Se ne contano ancora 28 e costituiscono oggi uno straordinario percorso romanico. I passi dei pellegrini di ieri e di oggi si intrecciano sugli stessi percorsi che guidano il fedele nel suo personale itinerario di incontro col sacro. Nel corso del Medioevo il viaggio, nato come esperienza penitenziale, promuove grandi cambiamenti che nel tempo contribuiscono alla rinascita dei centri abitati e del territorio. La strada da intraprendere è quella di Monte Bardone che, attraverso alcune tappe significative, guida il pellegrino dalla pianura padana e dai centri di Fidenza e di Parma, verso il Passo della Cisa. A Collecchio, Vicofertile, Talignano, Fornovo le pievi recano al loro interno o in facciata frammenti di una storia antica che rievoca le speranze e le paure dell’uomo del tempo. Elementi significativi anche per il moderno pellegrino che, nel passato, riscopre le proprie radici culturali e spirituali.
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Agli inizi del XII secolo, probabilmente a seguito di un forte sisma, ebbe inizio una vasta opera di ricostruzione di pievi e ostelli, caratterizzata da una uniformità di temi e di modelli iconografici che suggeriscono il tema di una narrazione: l'espiazione e la redenzione dei peccati. Al Pellegrino che scruti con sguardo attento, i muri di chiese e cappelle narrano le vie della grazia. Una selva di simboli, raffigurazioni allegoriche e rappresentazioni impreziosisce gli edifici sacri lungo il cammino. E il racconto ha inizio proprio dal Battistero di Parma. Sul portale a Occidente, verso la via dei romei, la lunetta rappresenta il giudizio universale e sovrasta l'accesso dei catecumeni che la notte della vigilia di Pasqua ricevono la benedizione e la salvezza dall'acqua del Battesimo.
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Alle porte della città, la chiesa di Santa Croce, eretta nei primi decenni del XII secolo, sui cui capitelli si legge l'eterna lotta fra il bene e il male: sono lottatori, grifoni o sirene a ricordare al viandante che il cammino, sia fisico che spirituale, non sarà per nulla sicuro e che il maligno potrà essere in agguato dietro ogni albero e a ogni passo.
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Vicofertile, ricco d'acque, accoglie nuovamente il forestiero col fonte battesimale. Un sacerdote e chierici con turibolo e cero pasquale richiamano alla mente il rito lustrale del Battesimo. Sui capitelli, ai mostri evocatori del male e dei vizi umani si contrappone la pace claustrale di fresche verzure, anticipazione della beatitudine celeste, resa accessibile all'uomo, appunto, dal rito battesimale.
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A Collecchio è ancora il fonte a fare da chiave di lettura: ornato di archetti che richiamano le atmosfere dei chiostri, è sormontato dalla lastra del battesimo di Cristo nelle acque del Giordano, che rammenta l'intervento dello Spirito nell'economia della salvezza, mentre, ironici, i capitelli insistono sulla contrapposizione fra le due forze primigenie che si fronteggiano anche nella lunetta di Talignano. Qui è l'Arcangelo Michele che presiede alla pesatura delle anime e che - in una visione di speranza - contrasta l'astuzia diabolica con la spada della giustizia. |
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E oltre i boschi dei primi colli si apre Fornovo – la romana Forum Novum – con la ricchezza evocativa delle sculture della sua pieve. È l'avaro, schiacciato dal peso del proprio forziere e soffocato dalle borse colme di denaro, divorato da satana in un angolo di inferno dalle assonanze dantesche, ad accogliere il pellegrino che si riconosce in quella statua - oggi acefala - posta sulla facciata.
Gerla sulle spalle, cesta, bisaccia sono l'essenziale equipaggiamento per superare il monte, verso le cinque basiliche romane, di cui porta simbolicamente le chiavi alla cintura. Ma è un richiamo appunto a scoprire ciò che vi è di veramente essenziale per la salvezza dell'anima assediata dai vizi. Questi sono raccontati, all'esterno, dalla lunetta della caccia simbolica e all'interno, come già a Vicofertile e Collecchio, sui capitelli interni. Sotto le spoglie dell'asino che suona la lira si cela la superbia, la Maga Circe evoca la lussuria e alla vendetta alludono i cani che lacerano le membra di Atteone. Ma sono ancora fronde e verzure claustrali, contrapposte sull'altro lato della navata, a rammentare ad ogni uomo la meta finale.
Quella meta raggiunta, col martirio, dalla Santa Margherita effigiata sotto l'altare. Per leggere la storia bisogna seguire le immagini da destra verso sinistra e, alternativamente dall'alto al basso, partendo dal momento in cui Margherita, che pascola il gregge, compie la professione di fede cristiana e giudicata dal prefetto romano Olibrio, ripetutamente torturata per non aver rinnegato il proprio credo, giunge allo scontro finale col demonio, che sotto le spoglie del dragone ingoia un'anima, cui la santa martire si contrappone vittoriosa nell'ultimo riquadro della storia di pietra.
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Passione e gloria anche a Bardone, dove una crocifissione un po' rustica, ma dalle chiare citazioni antelamiche si affianca alla figura di Cristo, Creatore dell'universo, racchiuso nella “mandorla”, al centro di una processione di angeli con turiboli e candele e circondato dai quattro evangelisti (rappresentati dai loro simboli), da coloro, cioè, che narrandone la vita e le opere, ne hanno testimoniato anche la risurrezione alla vita eterna. Quella vita eterna meta ultima del pellegrinaggio, che spinge il santo vescovo o il potente re (già effigiati a Fornovo ed ora anche qui a Bardone), a intraprendere il cammino per Roma. Un cammino che trovava la sua tappa culminante nella salita al valico.
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Ma prima c'era Berceto e il suo Duomo, dedicato a San Moderanno, il santo vescovo pellegrino, che quivi aveva lasciato le reliquie, pur esse sante, del confratello di Reims, Remigio. Il portale settentrionale, il primo che incontrava il viandante, mostrava sugli stipiti l'effigie di San Pietro con le chiavi e di San Paolo che regge in mano la palma segno del martirio, quasi a conferma dell'esattezza della via che menava a Roma, alle basiliche dedicate a quei santi, e la lunetta, oggi pressoché illeggibile, con l'adorazione dei Magi e l'apparizione dell'angelo a Giuseppe. Il portale centrale, rivolto ad occidente, sulla via di Roma, contrappone, ancora una volta, le realtà della perdizione e della salvezza: sull'architrave i vizi capitali personificati da animali (il grifo: l'avarizia; la lonza: la lussuria; il cervo: l'invidia; l'asino - come già a Fornovo - la superbia; la contesa: l'ira; la chimera: l'accidia; la caccia: la gola) e sopra, la lunetta con la crocifissione di Cristo, circondato dalla Vergine, San Giovanni e San Moderanno, titolare del tempio. A destra Longino, il centurione romano incaricato di constatare la morte di Gesù, gli trafigge con la lancia il costato, facendone sgorgare un fiotto di sangue misto ad acqua, sùbito raccolta in un'anfora. Immediato per il pellegrino il riferimento al mistero dell'eucaristia, di quel corpo e sangue di Cristo, cibo spirituale indispensabile per raggiungere – dopo l'ormai vicino valico e la strada litoranea toscana – la meta: Roma, la città eterna col sepolcro dei martiri, la sede del pontefice e le rovine dei monumenti dei Cesari e, alla fine del viaggio, la salvezza per la propria anima. |
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