AMANDINE CHAIGNOT: ESSERE CHEF E’ UNA RESPONSABILITA’ CULTURALE

“Posso dire che il mio essere cuoca sia questo, lo specchio di quello che sono nel profondo: semplice, spontanea, sincera. Il mio scopo è quello di far vivere un piacere e stimolare la condivisione.”

L’infanzia, trascorsa a Orsay poco a sud di Parigi, ha segnato in lei quel percorso di attrazione e amore nei confronti della cucina, quel legame sincero che solo i ricordi radicati e vissuti con semplice leggerezza sanno dare. Il resto del cammino, quello che l’ha vista e la vede tutt’ora totalmente coinvolta con il mondo della ristorazione, è costruito e percorso con la tenacia che la contraddistingue, con decisione e un carattere fieramente audace: lei è Amandine Chaignot, chef dalla spiccata creatività che rimane saldamente ancorata alle sue origini per poi evolversi in piatti dal tocco sentimentale.

“Sono cresciuta in una famiglia serena in cui il piacere era rappresentato dal ritrovarsi intorno alla tavola, lì si decideva tutto. I pasti erano casalinghi e semplici, si utilizzavano soprattutto le verdure dell’orto e qualche volta la carne. In generale era proprio questa semplicità a farci stare bene. È stata mia madre a trasmettermi il gusto dei sapori veri”.

Come tutti i bambini, i sogni di Amandine risultavano numerosi. Perché essere piccoli vuol dire anche avere in mano il proprio futuro, insieme alla libertà di immaginare: “Da piccola ho sognato di fare tantissimi mestieri differenti, dal pompiere, al veterinario, fino all’avventuriera e alla disegnatrice. Poi, per rispettare la tradizione di famiglia, ho iniziato gli studi di farmacia, questo fino a quando non ho capito che ciò che faceva vibrare le corde della mia anima era altrove”.

Ed eccola lasciare la strada maestra per andare dietro i fornelli di alcune tra le più famose cucine, in Francia e Inghilterra, al cospetto di grandi interpreti della ristorazione: Mark Singer, Alain Ducasse, Jean-Francois Piège, Yannick Alléno e Éric Frechon. Da loro Amandine ha assorbito sensibilità e tecnica quali doni preziosi. Oggi è una chef matura, che sta cercando l’equilibrio perfetto tra il suo essere nel privato e ciò che la distingue nella vita professionale.

“In passato consideravo la sfera privata e quella professionale come due realtà distinte, ma ora non è più così. Mi sono resa conto che non posso scinderle, che l’una alimenta l’altra. Per farlo mi sto impegnando nel determinare un bilanciamento tra le due evoluzioni di me stessa. E questo si riflette nei miei piatti e nel mio ristorante, ovvero il luogo che meglio mi racconta, ma che meglio racconta l’importanza che rivestono i rapporti umani, a partire dalla relazione con la mia brigata in cucina”.

Non a caso, descrivere la sua cucina significa descrivere Amandine, conoscerla attraverso le sue preparazioni che si muovono spinte da percezioni, ricordi, suggestioni, gusti e cambiamenti d’umore.

Penso non ci sia nulla di più complicato che definire la propria cucina. Le mie radici sono francesi e mi lascio trasportare dal flusso di ciò che mi circonda e apprezzo. Posso dire che il mio essere cuoca sia questo, lo specchio di quello che sono nel profondo: semplice, spontanea, sincera. Il mio scopo è quello di far vivere un piacere e stimolare la condivisione”.

“Pouliche” è il suo primo ristorante, inaugurato nell’ottobre del 2019 nel X° arrondissement di Parigi. Fin da subito Amandine tiene a descriverlo come un suo prolungamento, la concretizzazione dell’amore per la cucina conviviale, fatta di sapori alternativi. Qui abbondano le spezie, gli aromi d’oriente che si fondono con una cultura francese di ispirazione quasi vegetariana, ma anche contaminata da culture differenti. L’attenzione alla sostenibilità si respira in ogni dettaglio, il più evidente è l’utilizzo di materiali amici dell’ambiente, una scelta certamente coraggiosa e dall’eticità spiccata. L’influsso della tradizione culinaria italiana ritorna ed è presente nelle materie prime, la pasta in primis non manca nel suo menù e viene vista con un gusto che diventa internazionale e multiculturale.

Non è un caso se Amandine Chaignot ha fatto parte della giuria di esperti del Pasta World Championship 2019, l’evento che Barilla promuove per parlare della pasta attraverso il suo essere alimento tipicamente italiano che si fa espressione di una interconnessione globale.

 

Il carattere deciso di Amandine è palpabile, a partire dall’essere una chef donna in un mondo di uomini, ma soprattutto dal sostenere il ruolo femminile nel contesto lavorativo in generale. Da qui la nascita di un movimento di solidarietà “Les A.F.F.A.M.E.E.S” (Amicale des Femmes de la Food qui Aiment Manger Entreprendre s’Encanailler et Savourer) in grado di mettere in collegamento le donne e sostenerne le capacità.

“Attraverso “les A.F.F.A.M.E.E.S”, il mio obiettivo era creare relazioni e possibili connessioni proficue tra donne e professioniste, portatrici di un proprio know how, di una esperienza da raccontare e di una capacità lavorativa di grande livello. Ci sono troppe poche donne nel mondo del lavoro e questo è sotto il controllo dell’uomo. Penso questo universo femminile debba essere sostenuto e messo nelle condizioni di esprimersi dal meglio. Sono convinta che tutte insieme possiamo essere molto più significative”.

Si tratta di responsabilità, la stessa che lei sente ogni giorno nei confronti della sua brigata e dei suoi clienti:

“Essere vista come un leader vuol dire avere una responsabilità verso chi lavora per te ma non solo. Bisogna dare il meglio come persone e come professionisti. Noi chef abbiamo l’opportunità di diventare dei brand ambassador, di raccontare le piccole e grandi produzioni ai consumatori, di provare e testare prima di loro e anche di consigliare le aziende per fare in modo che possano andare incontro alle necessità del pubblico. Ecco, questo penso sia un enorme privilegio ma anche una grande responsabilità”.

Di Chiara Marando

“Essere vista come un leader vuol dire avere una responsabilità verso chi lavora per te ma non solo.”
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