Picciddati di Natale

Ripieni di fichi secchi, mandorle e noci, dei tipici dolci natalizi siciliani originali e stuzzicanti.
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Livello MASTERY
90 min
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Livello MASTERY
0 Persone
90 min
INGREDIENTI: per 0 persone
  • 500 g di farina
  • 25 g di lievito naturale (un panetto)
  • acqua q.b.
PREPARAZIONE:

Sciogliete il lievito in un bicchiere con un po’ d’acqua tiepida, mescolate e fate riposare per 5 minuti, quindi mescolatelo con la farina ed eventualmente un altro po’ d’acqua e impastate energicamente fino ad ottenere un impasto piuttosto morbido ed omogeneo, quindi lasciatelo lievitare in un luogo tiepido ed asciutto per un paio d’ore.

Nel frattempo fate reidratare l’uvetta in acqua tiepida, cioè immergetela in acqua fino a che non sarà morbida, ma non disfatta, quindi scolatela e mescolatela in una ciotola con le noci, i fichi secchi e le mandorle che avrete precedentemente tritato finemente e con un po’ di cannella in polvere.
Unitevi quindi il miele, mescolate e ponete il tutto in una pentola lasciando cuocere a fuoco basso mescolando continuamente fino a quando gli ingredienti non saranno ben amalgamati, quindi togliete dal fuoco e lasciate raffreddare.

Quando l’impasto sarà lievitato, stendetelo con un matterello o con l’apposita macchina in modo da ottenere delle strisce larghe 5 centimetri e spesse 2 o 3 millimetri.
Una volta che il ripieno si sarà raffreddato, ricavatene dei rotoli di 4 centimetri di diametro e collocateli sulle strisce di pasta, rimboccandone i lembi per racchiudervi il composto, quindi ritagliate delle strisce ognuna di circa 20 centimetri di lunghezza e unitene le estremità in modo da ottenere delle ciambelle sulle quali dovrete praticare delle incisioni con la punta di un coltello per permettere al vapore di fuoriuscire durante la cottura.

Spennellate i “picciddati” con l’uovo sbattuto e fateli cuocere su una teglia unta con il burro o ricoperta con carta da forno in forno già caldo a 140° C per 30 minuti o comunque fino a quando non saranno ben dorati.

Serviteli indifferentemente caldi o freddi.

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Storie nel piatto

La coltivazione dell’albero del fico risale a più di diecimila anni fa ed è stato probabilmente uno dei primi alberi da frutto ad essere coltivati dall’uomo grazie alla facilità con la quale si riproduce.
Nell’antichità il suo frutto estremamente dolce e ricco di proprietà nutritive era apprezzato da quasi tutte le culture che, oltre ad attribuirgli proprietà afrodisiache, lo elessero in molti casi a simbolo di conoscenza e verità.
Nell’antico Egitto, poi, l’albero di fico era addirittura considerato la pianta della vita tanto che il suo legno veniva spesso utilizzato per fabbricare i sarcofagi in legno, mentre i suoi frutti erano considerati simbolo d’immortalità.
Nell’Antica Grecia, invece, si riteneva che i fichi oltre a favorire il benessere fisico favorissero anche l’arte oratoria, tanto che sembra che Platone ne facesse scorpacciate, mentre a Roma l’albero del fico era ritenuto sacro poiché, secondo la leggenda, Romolo, il fondatore della Città Eterna, era stato allattato da una lupa sotto i rami di un albero di fico.

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